CS@Unibo: Postmortem

Fine.

Dal 18 dicembre non sono più uno studente in informatica. Mi hanno proclamato laureato (vecchio ordinamento, presumibilmente equivalente alla nuova laurea magistrale) e ho chiuso un lungo periodo di vita.

Mi lancio quindi in un postmortem, come si usa fare nel mondo dei videogiochi.

Obiettivi

Nel 1998, intraprendere un percorso universitario era l’unica possibilità di sviluppare i miei interessi. Programmavo già da alcuni anni, avevo sviluppato software gestionali (con la buonanima del Visual dBase), semplici programmi matematici (numeri primi, numeri amicabili e altro) e mi ero dedicato al desktop publishing e alla grafica vettoriale (con il buon vecchio Corel Draw 4).

Volevo saperne di più, volevo riuscire a trovare modi migliori di fare le cose e volevo imparare a fare qualcosa di più che pistolare con autoexec.bat e config.sys (anche se i menu di configurazione di quest’ultimo mi hanno aiutato in più di un’occasione).

Cosa è andato bene

  • ho studiato parecchi argomenti interessanti, alcuni fondamentali per qualsiasi applicazione informatica. Credo che nessuno possa dirsi un informatico senza conoscere l’informatica teorica, l’analisi numerica o il calcolo della complessità computazionale (per citarne solo alcuni)
  • ho potuto confrontarmi con persone dei tipi più diversi, riuscendo a capire di più chi ho davanti e come gestire i lavori di gruppo
  • l’ambiente di laboratorio nei primi anni era ottimo: nelle cantine del dipartimento ci si scambiavano opinioni e ci si aiutava a vicenda
  • l’ambiente di Bologna è stato decisamente migliore di quello della provincia calabra

Cosa è andato male

  • l’università, almeno a Bologna ma credo anche altrove, è impostata in modo troppo poco orientato alla didattica e all’aiuto dello studente, nel senso di agevolare la vita di quest’ultimo in modo che possa concentrarsi sul suo compito primario: lo studio. L’impossibilità di sviluppare progetti personali da poter poi sfruttare e ampliare nel corso degli studi, per questioni di tempo (se si deve preparare un progetto per l’esame, il context switch a un altro progetto è troppo pesante) e per scarsa possibilità riutilizzare i progetti personali nell’ambito degli esami
  • passare dallo studio al lavoro e viceversa non è proponibile, almeno nel caso di lavori che occupino più di mezza giornata. Inoltre questo permette al massimo di studiare quanto basta per superare l’esame, senza la possibilità di approfondire o eccellere
  • soprattutto negli ultimi anni, lo studio quale mezzo per “sapere più cose” mi sembra sia stato sostituito da “devo passare l’esame”: ai miei tempi dovevamo farlo per questioni come la borsa di studio o il rinvio militare (meglio un esame passato con 18 che perdere la borsa o partire). Per le nuove leve non capisco questa ansia da “esamificio”, visto anche che molti corsi sono stati semplificati
  • l’università mi ha dato le basi per poter iniziare a studiare quello che effettivamente mi servirà nel lavoro: la didattica è disaccoppiata dal mondo del lavoro, quindi mi toccherà iniziare a studiare quello che effettivamente dovrò fare. Studiare i fondamentali è necessario per capire tutto il resto, ma evitare completamente le applicazioni reali non permette di avere un’idea di cosa si dovrà fare con le proprie competenze (e se quelle competenze sono abbastanza)

Parte dei problemi che ho incontrato sono nati da alcune necessità, come dover lavorare, di cui ho già parlato tempo fa. Questo post è in lavorazione già da un po’, credo che potrei aggiungere molte considerazioni ma poche sarebbero di uso generale, quindi preferisco buttarlo fuori adesso e poi vedere se varrà la pena aggiungere qualcosa.

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One comment on “CS@Unibo: Postmortem

  1. Rinnovo i miei complimenti per la “dottorizzazione” (magistrale) e condivido in maniera sconsolata ma completa la lista delle cose “che vanno male” (oddio, ne avrei da aggiungere qualcuna ma come riassuntino va bene).

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