Bucovina

Domenica ho conosciuto Adrian.

Era sdraiato per terra sotto la pensilina di una fermata dell’autobus, nella prima periferia di Bologna. Via Bentini di solito è abbastanza trafficata, ma alle 15 di domenica col caldo che c’era è probabile che nessuno sia passato di là. O si sia voluto fermare.

Passavo con la bici, dopo un paio d’ore di pedalata, cercando di arrivare a un parco lì vicino per fermarmi a prendere un gelato. Invece mi sono fermato per capire se quella persona per terra avesse avuto un malore, o peggio. Un signore anziano con un’auto si è fermato a chiedere cosa fosse successo e poi ha deciso di proseguire, non so se perché convinto che me ne stessi occupando io o perché non c’era un morto di cui poter parlare al circolo.

Gli metto una mano sulla spalla, lo scuoto e lo chiamo. Lui si sveglia, con un po’ di difficoltà ma abbastanza velocemente. Forse stava solo dormendo, o forse no. Recuperata dell’acqua in un bar lì vicino, ho cercato di farlo parlare per capire se fosse meglio chiamare l’ambulanza.

Sapeva chi era e dov’era. Alle domande ha risposto raccontandomi un po’ di cose. Non so se fossero tutte vere, ma non credo fosse quello il punto.

Originario della regione rumena della Buconiva (“è come Trento per voi”), dice di saper parlare tre lingue e di avere diversi diplomi professionali, tra cui quello di infermiere. Ha alle spalle una separazione, o un divorzio, non crede di poter trovare un’altra donna (“una di venti anni non si metterebbe con me”). Trova da mangiare in un banco alimentare e gli assistenti sociali gli avevano trovato un posto dove dormire, insieme ad altre nove persone, ma lui preferisce stare fuori.

Gli suggerisco di spostarsi almeno al parco lì vicino, è sicuramente più fresco e più comodo del marciapiede a mezzo metro da una strada trafficata. Preferisce di no, ha paura che qualcuno “gli spacchi la testa” per prendere le sue poche cose.

Lo aiuto a mettersi seduto sulla panchina e continuo a porgergli la bottiglia d’acqua. Lui ha una bottiglia con sé in una busta di plastica, ma preferisco essere sicuro che beva acqua.

Dice di essere stato in Afghanistan, che non sembra ma lui è molto forte, è solo un po’ dimagrito. Subito dice che anche se si sa difendere, lui non cerca guai. Vorrebbe un lavoro ma non lo riesce a trovare, dice che per gli africani e i cinesi è più facile, probabilmente perché accettano condizioni pessime. Non vuole neanche passare per il “solito rumeno”, e mima il gesto di sfilarmi qualcosa dalla tasca.

Per la terza volta insisto a voler chiamare l’ambulanza, ma lui è irremovibile. Mi racconta dei suoi problemi di salute. “Ho 9 malattie”, dice, e subito aggiunge “nessuna è contagiosa”. Inizia a elencarle, partendo dalla cirrosi epatica. Sulle altre inizia a usare termini tecnici in rumeno. Infermiere o no, di sicuro è ben informato sulle proprie condizioni. Al polso ha un braccialetto del S. Orsola, mi dice che l’hanno dimesso da un paio di giorni e che, a parte il Rizzoli, è stato in tutti gli ospedali tra Udine e Bologna.

Vorrebbe tornare in Romania, dice che ha una casa lì e un pezzettino di terra. Gli chiedo se vuole un biglietto dell’autobus per poter andare verso il centro città, ma non gli interessa. Insisto un’ultima volta per chiamare il 118, ma è chiaro che, anche in quelle condizioni, non potrei trattenerlo fino all’arrivo dell’ambulanza.

Ha 36 anni, un anno più di me. Non scarica la colpa su nessuno per la sua situazione. “Se sono così è perché ho fatto degli sbagli io”. Poi “la colpa è mia, almeno una parte”: Mi mostra un braccialetto di gomma con su scritto P Zero e mi dice “io qui sono questo, zero”.

Ambulanza? Scuote di nuovo la testa. Gli chiedo se c’è qualcuno che conosce che posso chiamare. “No”. “Non ti posso lasciare qui se non sono sicuro che stai bene”. “Non ti preoccupare, io non faccio casino”. Chiarisco che sono preoccupato per la sua salute, insiste che sta bene.

Ho parlato con lui per venti minuti. La data di nascita sul braccialetto dell’ospedale conferma l’età che mi ha riferito. Ha fatto discorsi coerenti, riesce a stare seduto sulla panchina e riesce anche a stare in piedi. Mi chiede se posso lasciargli qualche moneta, gli do qualche euro e cerco di convincerlo ad andare a sedersi al bar, al fresco, almeno per qualche minuto, magari prendendosi qualcosa da mangiare.

Mi ringrazia, mi stringe la mano, e si avvia.

Prendo la bici e mi avvio verso casa, chiedendomi quanto potrà andare avanti così e se lasciarsi il paese alle spalle ne sia valsa la pena.

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